Thursday, July 05, 2012

Sogno di una notte di mezza estate

L'architettura sublime di un volto perfetto. Occhi scuri come petrolio ed affoghi lenta nella consistenza vischiosa di quella oscurità.

Poi i miei occhi che incontrano i suoi ed è come quando il mare si infrange violento sulle rocce aguzze di una scogliera. Lo stesso suono, lo stesso effetto dell'acqua che rarefatta si nebulizza in mille particelle inconsistenti.

Tra le sue mani un bracciale dalla circonferenza ellittica. Ascolto le sue parole mentre scivolano ipnotiche dalla sua bocca.

Sento la presa forte e sicura della sua mano sul mio polso mentre infila il bracciale e si accorge di quanto sia esile, sottile, di come l'accessorio scivoli via sulla superficie piatta e liscia della mia pelle.

Ed è così all'improvviso, inaspettatamente che quella frase torna alla mente come un mantra dal valore archetipo, una litania, la riesumazione di una antica formula magica

" I miei polsi sottili per sempre legati ai tuoi".

Nonostante non la pronunci sento infrangere la lingua sui denti ed il suono morire sulle labbra.

Ne comprendo il significato profondo, non quello contingente, quello dell'episodio che l'ha generata ma il significato preistorico, trascendente: L'annullamento dell' Io nel Noi.

Bevo del vino bianco e freddo. Lo sento andare giù nella gola arsa, arrivare allo stomaco ed incendiarlo con la sua gradazione alcolica.

Tutto si fa più fluido, mellifluo.
Le luci già soffuse sembrano affievolirsi ulteriormente; una brezza sottile come come un alito penetra dalla portafinestra.

Il fluttuante respiro del mondo.

Prima che il giorno arrivi e che il buio della notte si stinga: La musica, le lenzuola sfatte, il caldo umido di una notte d'estate, volti che ci fissano muti da una tela parzialmente grezza di un dipinto incompleto.

Poi tutto quello che era stato così concreto e tangibile si fa inafferrabile, della stessa materia dei sogni, impalpabile.

E ti domandi se quegli occhi scuri come la pece siano mai esistiti, se la geometria perfetta di quel volto non sia altro che una equazione di una mente dormente.

Poi fu la luce.


Friday, June 08, 2012

Ci sono dei giorni

Ci sono dei giorni in cui la felicità degli altri mi sembra insopportabile.

Tuesday, June 05, 2012

Dea inutile

Mi piacquero molto quelle parole.
Le cito seguendo il loro naturale ordine ma estrapolando solo quello che per me ha un valore:

" Spacco il bicchiere mentre incendi l'aria [...] Ti prendo. Ferma...perfetta e preziosa nel mio nastro [...] Siamo stretti, rischiamo di cadere in pezzi. Prenderò il rischio. 
Sfondami il petto[...]. E' la prima volta che qualcuno mi culla . Sei inutile se non rimani, sei una dea inutile."


Vibranti, vigorose e vitali.
Peccato che non abbiano mai portato il mio nome.
Io, il tempo della ragione e per un motivo che mi è ignoto, il tempo di una molle pacatezza. Dov'è finito lo slancio? Dove il febbrile desiderio, le notti insonni che bruciano di passione?

Non valgo la pena di un viaggio. Troppo tempo, troppe paure,  poche possibilità.
E' dalla motivazione che dipende la performance.
E la motivazione è divenuta poco importante.
Non posso fare a meno di rimproverarmi per non aver seguito quell'istinto che sempre così rigorosamente dice il vero.

A cosa serve essere brillante, a cosa serve essere perfetta, a cosa serve essere ambiziosa se non posso essere condivisa, accettata, amata?
Forse sono una dea inutile.

Eppure.
Eppure non posso, non ci riesco.
E' forse questo maledettissimo, enorme Ego.
Questa dannata, profonda convinzione di essere migliore, di valere mille viaggi e mille parole.
Un amore che incendi la pioggia, che non lasci niente di intentato.

Non posso fare a meno di pensare che tu abbia fallito il proposito di essere all'altezza di questa Dea, seppur inutile.





Tuesday, April 24, 2012

Pensieri sparsi e cose non dette.


Ci sono dei pensieri che ho tenuto per me, non sempre cose importanti, cose che restano sospese, senza conseguenze, inerti e mute. 
Oggi condivido ma sappilo che sono riflessioni senza tempo e che di certo hanno trovato poco spazio.

"Ho un livido sulla schiena. Lo sento quando mi appoggio allo schienale del divano, è li proprio sulla prominenza della vertebra.

 G. è stato in città. Come era prevedibile io non l'ho saputo da lui.

Ieri sera sono stata sveglia fino a notte fonda, ho lavorato quasi trattenendo il fiato. Quando sono andata a letto ho dormito un sonno profondo e senza sogni.

Di recente ho visto una foto di D. con la sua donna ed ho pensato che stanno bene insieme. Ho pensato che dovrebbero usare una crema solare ad alta protezione perché hanno entrambi le efelidi. Noi non avevamo la stessa compatibilità fisionomica.

Quando penso a Lara mi sento infelice, non riesco a credere di non essere riuscita a riportarla a casa.

Dovrei sedermi e dimenticare, e allora forse accetterei che " anche se ti comporti bene e fai quello che va fatto, può accadere che le cose non vadano come dovrebbero".

Vorrei che qualcuno si prendesse cura di me ma dubito di sapermi affidare.

Mi sorprendo per l'acuta intelligenza con la quale metto a punto nella mia testa piani di vendetta, sarebbe così facile realizzarli, così semplice servire quel famoso piatto freddo ma poi mi rendo conto di non tenerci, ecco, semplicemente non me ne frega niente. Le azioni senza intenzioni non hanno nessuna fascinazione su di me.

Roberto è subdolo, Ben è un inetto.
Akin possiede una gentilezza rara. Le persone gentili mi piacciono molto.

L'unica cosa che mi interessa veramente in questo momento è il successo."

P.s. Se per qualche insana ragione questo blog non ti bastasse più, se vuoi sapere di più di me allora vienimi a trovare, basta seguire la rotta a nord.








Monday, April 09, 2012

Different views

Non ho bisogno di fortuna, la fortuna è per coloro che non hanno talento.

Tutto quello che ho, tutto quello che sto ottenendo non mi sembra affatto un accidente del destino, un caso fortuito, un imprevisto felice. Tutto quello che ho l'ho costruito.

Per questo si amano quei trascurabili momenti di felicità, quei microscopici successi.
Le considerazioni che meritano un pubblico riconoscimento.

Tutto quello che di importante e bello ho avuto dalla vita è sempre stato preceduto da una negazione che sul momento mi sembrava assoluta.
I "No" hanno cambiato il corso della mia vita.
Perché solo quando ti senti negare qualcosa inizi a chiederti veramente che valore abbia per te la cosa negata. Se è trascurabile, dopo una dovuta riflessione, la lasci andare.
Se la lasci andare sai che ci sono state delle considerazioni efficaci che ti hanno fatto propendere per questa scelta.
Dopo un no, nulla viene lasciato andare per semplice trascuratezza.

Al contrario, quando desideri veramente qualcosa, quando ottenerla non è un capriccio, un desiderio passeggero, quando averla è necessario a soddisfare le motivazioni del tuo esistere e della tua felicità, solo allora trovi la determinazione sufficiente ad appagare il tuo bisogno.
I si non hanno mai fatto riflettere a lungo come i no.

I no ci costringono a confrontarci con i nostri limiti, ad accettare le conseguenze dei nostri errori o l'inadeguatezza delle nostre azioni.

I no ci offrono l'opportunità di desiderare un cambiamento e in definitiva di  essere delle persone migliori.
Io sono grata per tutte quelle situazioni nella vita, in cui mi sono sentita negare qualcosa perché solo quelle circostanze hanno dato sapore ai successi che sono venuti dopo.

Le negazioni ci informano sulle chiusure mentali dei nostri interlocutori, dei loro pregiudizi, dei loro limiti o semplicemente ci parlano dei loro desideri e delle loro aspettative deluse.
Un no è sempre un confronto, con noi stessi o con gli altri.
I no sono delle opportunità e delle sfide ai quali non dobbiamo sottrarci con semplicità.

Per queste considerazioni io accetterò i no che verranno come delle benedizioni, i no saranno il mio stimolo e l'affermazione della mia determinazione, la prova concreta della volontà di successo.

p.s. A very special view from a very special window.








Tuesday, March 13, 2012

We used to be friends

Mi è sempre piaciuto parlarti di me, mi sembrava di avere sempre qualcosa da dirti, un aneddoto da raccontarti. Tu mi stavi ad ascoltare divertito, poi argomentavi con la tua intelligenza brillante.

Si godeva della reciproca compagnia senza grandi gesti, senza ridondanti orpelli. Le nostre esistenze si incrociavano regolarmente ma senza la puntualità del dovere.

I nostri discorsi erano sempre ironici, anche quando erano malinconici,  soprattutto se erano seri.
Eravamo reciprocamente gentili ma non per pura cortesia. Notavo la tua intransigenza ma sapevo che non l'avresti riservata a me.

Eravamo affini, complici, vicini. Ci intendevamo sui discorsi senza il bisogno di condividere la stessa opinione, ne l'uno avrebbe voluto cambiare quella dell'altra. Eravamo in armonia, eravamo in equilibrio.

Mi interessava tutto di te. Facevo parte della tua vita, avevo un ruolo che non ambiva a titoli. Quel ruolo me lo avevi dato tu ed era importante.

Poi seduti a quel tavolo non ti ho capito più, tu hai usato parole che non ho inteso.
Mi hai detto di non riconoscermi ed io ho pensato di essere un'estranea.

Le mie parole non ti sono arrivate così come succede tra due persone che non hanno mai parlato la stessa lingua, che non hanno mai condiviso gli stessi gesti.
Avrei voluto alzarmi ed andarmene per non vedere andare tutto in frantumi ma tu hai inteso il mio gesto come una provocazione, una reazione capricciosa.

Sono rimasta ad assistere sgomenta alla fine di quella proporzione perfetta che era la nostra amicizia.
E' così che abbiamo smesso di essere amici ognuno sopraffatto dai propri interessi.

Ed ora non riesco a fare nulla con la leggerezza che ti riservavo.
Ti odio e mi odio per non sapere ritrovare la strada per tornare da te. L'avevo percorsa così, senza lasciarla disseminata di segnali pensando che non sarebbe stato necessario percorrerla a ritroso cercando il punto esatto in cui ti avrei perduto.

Monday, March 12, 2012

The Tea Maker

Kakuzo Okakura  racconta, nella sua  magistrale  opera, Il " libro del Tè" come questa bevanda, nella società antica giapponese, fosse considerata una medicina, un erba curativa.

Okakura spiega come il gesto di preparare questa bevanda, ossia l'ebollizione dell'acqua, l'infusione della foglia e il rituale del servirla, fosse assunta ad una vera e propria religione estetica, il Teismo, e non meno ad una pratica cerimoniale all'interno delle arti tradizionali zen.

L'autore del libro spiega come il tè fosse considerato anche  un metodo di giudizio del comportamento degli individui: " ha poco tè" una persona che non ha potere decisionale sulla propria vita, al contrario, " ha troppo tè" colui che si lascia travolgere dagli accadimenti e dalle passioni lasciandosi sopraffare.

È con questo spirito zen e con queste considerazioni spirituali che ho deciso di ascoltare il consiglio di Roberto e di accettare la proposta della signora King di fare un giorno di prova presso gli studi fotografici Snap, in qualità di assistente di studio.
La signora King, va detto, ci aveva tenuto particolarmente a sottolineare le responsabilità del ruolo e a indicarmi con particolarità di dovizia che fondamentalmente si trattava di preparare del tè e del caffè agli ospiti dello studio.

"A foot in the door is what you want" aveva sentenziato il mio mentore  circa la mia perplessità sulle peculiarità del ruolo. In fin dei conti si tratta di uno studio molto frequentato, aveva continuato ad argomentare, e per una giovane fotografa nuova in città ogni occasione per conoscere gente influente dell'ambiente va colta senza batter ciglio.

Ricordo di aver pensato che, tutto sommato, Okakura avrebbe approvato.

E' inutile starvi a raccontare i dettagli di una inutile e penosa giornata che in nulla ha evocato la regalità del Cha no yu. Se mai voi abbiate il dubbio, sappiate che un borbottante bollitore incrostato di calcare utilizzato freneticamente per un centinaio di volte non ha niente a che spartire con il concetto di armonia, purezza e tranquillità che il cerimoniale del tè assurge come principio fondamentale per la sua corretta esecuzione.

A volte bisogna trovarsi nel posto sbagliato per comprendere veramente cosa significa ESSERE nel posto sbagliato. Ma essere nel posto sbagliato può anche significare prendere coscienza del proprio ruolo, del proprio valore e della propria strada. Ricordare durante il percorso che in nulla vogliamo avere  poco tè o troppo tè. Quello che vogliamo è raggiungere l'equilibrio, quello che vogliamo è il NIN, non la pazienza ma la perseveranza.

Ed io diabolicamente persevero.





Friday, February 24, 2012

Come equilibristi sopra le ringhiere.

Le intenzioni, le migliori credimi, ce le avevo messe. Scrivevo così :

"Il giardino è tutto bianco. Non hai dimenticato? Quel viale va lungo e dritto, come una cintura distesa, e risplende nelle notti di luna. Ti ricordi? Non hai dimenticato?"

"[...] In questa stanza io dormivo, da qui guardavo il giardino, la felicità si svegliava con me e il giardino era tale e quale adesso, nulla è cambiato. Tutto, tutto bianco!"

Ho visto, nella notte, finissimi cristalli di simmetria esagonale scendere sottili ed ondeggianti da un cielo senza stelle. Sembrava accarezzassero il cielo come fosse una tenda di raso. Da prima inghiottiti dal nero petrolio dell'asfalto, tenaci hanno resistito all'oscurità e al vento fino a coprire di bianco i tetti e gli alberi, il suolo e le prominenze, come equilibristi sopra le ringhiere dei balconi. Raro che accada da queste parti.  Ed io con le mani appoggiate sul vetro freddo delle finestre, trattenendo il respiro  ho sospeso ogni giudizio perché la notte non mi ingannasse. La prossima settimana non sarò più qui e non guarderò più da questa finestra, parto.

Vado via e non tornerò.
Volevo lo sapessi.
Rotta a nord.

Potrei spendere fiumi di parole sulle ragioni, su tutti quegli ottimi motivi che mi vedono distante da qui, potrei ma non lo farò perché l'unica cosa che voglio rimanga nella tua mente è che io non ci sarò.
Ma tu lo sai che non è la lontananza a fare la distanza.

Non sento più rabbia, ho dimenticato le ragioni del disappunto. Il cerchio inesorabilmente si chiude ed io vado via per aggiungere a quel cerchio uno che sia tangente a quello in un solo punto.

Finiva così, con quel doppio punto, uno in meno per lasciare le cose in sospeso, uno di troppo per chiudere definitivamente il discorso.

Ed ora? potrei descriverti il cielo, ma quante volte ti ho parlato di questo cielo pieno di nuvole che scorrono veloci? Sembra tutto uguale eppure è tutto così ostinatamente diverso. 

Qui, sola sulle mie gambe e quel senso di vuoto, quel senso disarmante di libertà e di onnipotenza. 

Se guardo gli altri li vedo piccoli e insignificanti, nei loro lavori da scrivania, nelle piccole province, nelle loro relazioni consolidate e noiose. 
Ed io che cos'ho? io non ho niente e niente da perdere.

Avevi ragione tu, hai sempre avuto ragione tu. 
Io avrei voluto essere dolce ma sono l'amaro che c'è nel cacao.
Io avrei voluto essere un paesaggio sopra un'altura ma sono la vertigine che ne deriva.
Io avrei voluto essere la quiete ma io sono tempesta.
Ed è per questo che tu mi hai amata, è per questo che tu continuerai ad amarmi.
Non si può cambiare la natura profonda delle cose.
Artemisia è nata qui e qui è tornata.


Monday, October 24, 2011

Forward-Rewind


"Quando desideri qualcosa, tutto l'universo cospira affinchè tu  possa ottenerlo".

Londra. Un proiettile sparato a bruciapelo, un colpo esploso. SBAM! e lo senti dritto al cuore.
REWIND.

La pellicola va indietro veloce, è il 2008 ed io sono felice, o almeno credo di esserlo. Sicuramente credo di sapere quello che voglio.
In realtà non lo so, sono confusa. Non riesco più a dare valore alle cose per le quali ho lottato, di conseguenza non ne hanno più alcuno. Sono a casa, a Roman Way, sono al computer e scrivo ad uno sconosciuto. "Non credergli, sta mentendo!" quella dentro di me è una voce che non riesco a sentire, viene da troppo lontano, viene dal futuro.
Vorrei cancellare l'ostacolo ma sono inciampata e quindi riparto da qui, dalla consapevolezza di essere caduta, di aver sanguinato, di aver lavato le ferite e medicato i lividi. Però la cicatrice c'è ed è giusto esibirla sulla pelle.

FORWARD.
Londra.
E' il 24 Ottobre 2011.Ora locale 11,45 e 30 secondi. L'ora scandisce il tempo ma il tempo viaggia veloce tra l'oggi e ieri ed io ho male alle tempie perché sono consumata dai pensieri. GUARDAMI, sono seduta sulla poltrona della mia agenzia di moda, quella bordeaux di pelle lucida, la stessa di anni fa, quella sulla quale mi ero giocata con successo l'opportunità di diventare una modella internazionale, una modella con esclusiva per una major. E questa volta chi decide sono io, la modella di fronte a me mi guarda con gli occhi blu, grandi come palle da biliardo. Sembra una bambina, sembravo anche io una bambina? Dov'è la mia innocenza?

REWIND.
Londra. Ottobre 2004. Sono a Covent Garden, nella piazza del mercato, parlo al telefono. Ho la gola che fa male perché sto trattenendo il respiro, sto trattenendo anche le lacrime, non voglio far sapere alla persona con la quale parlo che forse ho sbagliato, che forse le cose non andranno bene, che farà male al mio orgoglio se non ce la farò. Le cose andranno bene ma io in quel momento non lo so, ed anche questa volta la mia voce è troppo lontana per rincuorarmi ed io per una strana empatia sento la gola chiudersi all'improvviso e il respiro mi manca per un istante che sembra infinito.

FORWARD
Londra. 24 Ottobre 2011. La giornata si è consumata veloce e la notte ha inghiottito gli ultimi bagliori del giorno. Ho le card delle modelle per il prossimo shooting e devo solo fare ordine tra le idee, parlare con le truccatrici, decidere lo styling. Voglio tornare qui? non c'è niente che possa impedirmelo se non che la mia volontà, è quello che voglio? Desidero che quella voce dal futuro mi raggiunga adesso, che mi dia tutte le risposte, che mi sveli come andrà ma anche questa volta, come le altre, io non la sento...


Friday, August 26, 2011

Il paradiso non ha finestre


Dalla finestra filtrava una luce cerulea. Il sole non c'era quasi mai ed io non possedevo che quella luce opaca e smorta. Si affacciava flebile da quell'unica finestra della cucina.
Nell'appartamento non c'erano altre finestre. Il mondo era tutto li e sembrava fatto di moquette e mensole.

La poggiavo sul ripiano alto del frigorifero, facendo attenzione che non fosse troppo in bilico e che non cadesse. L'amavo più di ogni altra cosa che possedevo.
Facevo attenzione che il fuoco fosse ben calibrato e che riuscisse a ritrarmi così come volevo.
Desideravo vedermi attraverso l'occhio vitreo della sua lente.
Così mi specchiavo sulla superficie liscia, cercando il mio riflesso.

Ho consumato delle ore, dei giorni in sua compagnia. Niente mi sembrava più desiderabile. L'amavo perché nessuno sapeva raccontare meglio le infinite versioni di me, catturare le sfumature e le inclinazioni del mio carattere.

Lei sola enfatizzava la mia vanità, appagava la mia creatività e nello stesso tempo criticava feroce la mia mancanza di tecnica.
Mi raccontava le cose che volevo ma anche quelle che non avrei voluto.
L'onestà, non la realtà, era alla base di questo consistente, martellante processo dialettico.
Le sue critiche erano le uniche che mi sembravano accettabili, poteva dire qualsiasi cosa ed io le avrei creduto.

Negli anni ha continuato ad esserci. C'è sempre stata. Se delle volte mancavo alla consueta assiduità mi rimproverava offrendomi dei risultati scadenti, poi però mi perdonava tutto.

Ma il connubio più importante è iniziato dopo, quando mi ha insegnato a vedere le cose, i luoghi e le persone.
E' stata l'unica a chiedermi di chiudere un occhio per vedere meglio.
L'unica ad insegnarmi che per vedere non basta guardare.

Mi chiedeva però di contraccambiare i suoi insegnamenti raccontandole ciò che sapevo. Si nutriva di arte di cui amava il senso della composizione e del colore.
Adorava la musica, credeva di sentire un'affinità elettiva con il concetto di ritmo, pausa e lirica. Il cinema poi le piaceva tutto, sembrava ingoiata dai bianchi e neri delle vecchie pellicole e dai colori sgargianti dei film americani. Poi li emulava in modo sublime.

Io le raccontavo ogni cosa, riversavo in lei tutto il mio sapere. Da allora abbiamo guardato insieme le riviste di moda in maniera diversa da come facevo prima. Concordavamo nel pensare che niente è più importante della bellezza e che la bellezza è un attitudine, un respiro, un senso speciale per le cose.

Ritraendo i volti mi ha insegnato a guardare oltre la loro pura e semplice fisionomia, a guardare oltre la maschera di carne e ossa di cui siamo fatti e dalle imperfezioni mi ha mostrato la macchia sulla loro anima.

In un giorno di tristezza, ha catturato il mio volto, ha voluto che vedessi l'oblio profondo dei miei occhi e così mi ha insegnato il valore della memoria e l'importanza della felicità.

Abbiamo capito che insieme possiamo modificare distorcendo, tagliare fuori dall'inquadratura, ignorare quello che non ci piace per ridisegnare un mondo fatto a misura.
L'importanza del soggetto sull'oggetto e nulla più.
Viene di conseguenza che se voglio posso ignorarti, che se non sei lì, nella rifrazione luminosa di un pixel, allora non esisti.

Tutto è o non è, nel cono di luce che ho ritagliato dall'oscurità.



Tuesday, August 23, 2011

Tra le cose


Io sono tra le cose, tra le TUE cose.
Sono seduta accanto a te mentre guidi verso casa.
Sono nella musica che ascolti.

Sono in tutte le parole che pronunci perché tutte le possibili combinazioni hanno viaggiato fra noi.

Io sono il ricordo di un viaggio lontano. Io sono tra le tue lenzuola.

Io sono un tavolo per due nel ristorante che ti piace.

Il sole ti ricorda i miei capelli ed i miei capelli sono raggi di sole tra le tue mani.

Io sono il passare delle stagioni, dei giorni, degli anni.
Io sono il riflesso sulla foto che ti ritrae.

Io sono indelebile.

Io sono la presunzione di sapere che è così e tu la volontà di fingere che non lo sia.

Io sono quell'attimo di felicità, la sensazione di essere una persona migliore, io sono i profumi ed i ricordi, le esperienze ed i sogni.

Rarefatta come aria, puoi anche non percepirmi ma non puoi fare a meno di respirarmi.












Tuesday, May 31, 2011

Please baby bring me home


Ora con le pareti spoglie, svuotata dei suppellettili, fredda come se non mi fosse mai appartenuta.
Un contenitore senza contenuto.
Un involucro senza sostanza.

Le geometrie degli spazi ridisegnati da una luce opaca che rimbalza debole sulle pareti color crema. Dentro la stanza niente è più come prima mentre fuori resta stranamente familiare, con i soliti rumori che strisciano sull'asfalto e si arrampicano sulla cortina.
Pochi i vestiti nell'armadio, quelli che servono ormai per questo ultimo giorno.
Sembrano corpi senza ossa che danzano nello spazio limitato di un armadio balera.

Dovrei sentirmi un pò infelice. Dovrei ma non lo sono. Non provo neppure colpa per questa mancata infelicità.
Ho solo voglia di tornare a casa e di ritrovare quell' estate perduta, le mie corse in villa, la mia camera dalle pareti lilla.

Ho troppo bisogno di domani per pensare ad oggi, alle valigge nel corridoio, alle lenzuola ancora sfatte, alle ragazze che stasera balleranno senza di me.

Ho bisogno di sentire la mancanza di quello che non avrò più, della mia Barcellona, delle strade regolari delle Eixample, dell'appartamento in carrer de Provença.

E sono giorni dannazione che ho voglia di un Martini, che ho voglia di brindare a me, a questo ritorno, a questo infinito senso di onnipotenza che mi fa credere con certezza che le cose stanno andando bene, stanno andando proprio come voglio io.

Consumiamo questa ultima notte, amiamoci fino a domani e quando la luce filtrerà per l'ultima volta tra le fessure dei battenti prendimi la mano, tienila stretta e per favore, portami a casa.


Monday, April 11, 2011

Effortless


Effortless.
Ho cercato una parola che potesse sostituirla ma non l'ho trovata.
Non c'è ne una, in italiano, che abbia la stessa efficacia, la stessa ampiezza di significato.
Innato, naturale e senza sforzo. Per renderne il senso bisogna usarne almeno tre.
Invece per quell'abbreviazione, quelle semplificazioni che la lingua anglosassone consente il concetto risiede tutto lì, in un unica semplice parola: Effortless.

Questo è il mio nuovo traguardo, quello a cui voglio arrivare. Non solo la perfezione ma la leggerezza, la facilità con cui la si consegue.
L'improvvisazione del talento.
Sono intensi giorni quelli in cui bisogna riscrivere la propria meta, i nuovi obiettivi. Mentre si piegano i vestiti nella valigia ci si assicura di avervi riposto anche tutto quello che si è imparato ed è stato tanto, veramente tanto.
Eppure la conoscenza a differenza degli oggetti che ti carichi sulle spalle, ti rende inaspettatamente leggera.

Ho imparato che noi siamo gli artefici della nostra felicità e che noi possiamo scegliere se stare male un mese o un anno, un giorno o una vita. Noi solo dobbiamo dare un senso alle cose, che le cose in se non ne possiedono alcuno. Che l'esperienza ci avvicina agli altri e fino a quando alcune cose non le abbiamo vissute non potremo mai veramente capirle.

Ricordo bene il giorno in cui formulai quel pensiero.
Mi sembrava spiegasse molte cose di me, delle persone che ci sono state nella mia vita e che poi per una ragione o un altra non c'erano più.
Ma ora ho capito che delle volte l'assenza conferisce alle persone una dignità che non hanno mai posseduto. Nei miei ricordi, in quella incapacità di perpetuare il rancore, ho involontariamente distillato il bene e ne ho fatto un elisir prezioso che ungeva l'opinione che avevo conservato degli altri.
Quando la vita poi, ci mette di fronte ad un inaspettato ritorno di quella persona ecco arrivare con essa la verità. Non possiamo più negarci quanto ci siamo sbagliati, tutti i difetti sono ora insopportabili perché di fatto abbiamo smesso di volergli bene, abbiamo smesso di giustificarli.

Ecco quello che penso: Delle volte bisogna dirsi addio, essere sicuri che sia per sempre. Desiderare di non incontrarsi mai più in questa o in un'altra vita.

E non è un caso che lo dica proprio ora che sto per partire, proprio ora che, al contrario, so che alcune persone ci saranno davvero per sempre.
La parte migliore delle persone risiede nel buon ricordo che hai di loro e niente più.

I tempi sono maturi, è stato il brillare di alcune stelle ad avermelo suggerito ed ora non vedo l'ora di sapere se manterranno le promesse che mi hanno fatto da lontano.












Wednesday, March 23, 2011

Las piedras que van a saber de amores


E' arrivato il tempo di ripartire.
Sapevo sarebbe successo.

Un placido sole e una brezza primaverile mi hanno sfiorato le gambe, hanno fatto ondeggiare l'orlo della gonna, mi hanno baciato le guance accarezzandomi piano i capelli poi il vento si è raffreddato nella bruma di una sera di primavera.

Guardo la città spiegarsi sotto i miei occhi. La Barcellona dei romanzi di Zafón, con le anguste stradine "tra edifici tetri e cadenti che sembrano chinarsi come salici di pietra per chiudere la linea di cielo ritagliata dai tetti".

Sento un nodo alla gola e non posso fare a meno di ricordare il giorno in cui sono arrivata con una valigia piena di cose e un cuore ancora più pesante.

Morii qui, mi lasciai in eredità alla terra, vagai come un fantasma tra le strade strette inondate di luce bianca e consumate dal sale e dal sole.
E dalle ceneri rinacqui come una fenice.

Vorrei portare via ogni cosa, le quattro mura di questa stanza, la vista dal mio balcone, il brusio di calle Provença che si placa solo quando è sera. Ed invece devo lasciare tutto qui, come il mio dolore.
Ai luoghi si rimane imprigionati, una parte di te rimane incollata sulle superficie porosa degli edifici, nei lastricati lisci delle strade, sulle indicazioni metalliche dei segnali stradali, nel riverbero luminoso delle insegne dei negozi.
Così come una parte della città continuerà a palpitarti nelle vene e ti porterai via un mondo che altri percepiranno sempre come straniero.

Bisogna andare, partire è il prezzo da pagare per chi ha tante, forse troppe ambizioni.

Un addio che durerà due mesi, poi tutto ricomincerà altrove, una volta ancora, come sempre.


















Sunday, February 06, 2011

Come le foglie


Un ostinato, perpetuato silenzio. Voluto, stimato, ponderato.
Non perché non ci sia nulla da dire, perché non siano accaduti fatti rilevanti. Al contrario.
Bisogna sapere riconoscere il momento, quello in cui parlare ha un valore e quello in cui tacere ne ha uno maggiore.
Condividere i miei pensieri mi sembra delle volte una concessione di gran lunga troppo generosa anche per gli auditori più squisiti, figuriamoci gli altri.

Sai con quanto disprezzo dico "altri".

La parola è sopravvalutata.

Tuttavia ora qualcosa voglio raccontartela.
Verso la fine di Dicembre sono tornata a Londra. Un viaggio tutt'altro che programmato, l'immediatezza ha impedito alla coscienza quegli inutili riflussi di sensi di colpa. Ed è stato strano, a tratti surreale, rivedermi lì in quel aeroporto da dove sono partita mille volte tranne che l'ultima.
Metaforicamente o no una parte di me è rimasta lì, una parte di me non è mai partita.
"Lasciarci in eredità" ai posti dove siamo stati è una delle cose più malinconiche e sublimi che possano accaderci.
Mentre aspettavo il treno per arrivare in città, sono stata abbracciata da una morsa gelida di vapore e oscurità.
Ho sentito il rumore delle scale mobili stridere rumorosamente nel ventre grigio della stazione. Un ostile benvenuto, ho pensato.
Ed invece no, perché nonostante le ragioni avverse che mi ci hanno portato, mi sono resa conto di quanto quella città mi somigli. Le strade percorse mille volte, la ragnatela della metropolitana che conosci a memoria, le persone che sono sempre diverse e tutte estraneamente uguali.

Mi sono sentita più a casa che nel territorio iberico e questo mi ha fatto riflettere, molto.
Ho amato ricordarmi li, ho ricordato di essere stata felice.
Forse è tempo di rifare la valigia.

Il Natale dovrebbe avere a che fare con la nascita, con il rigenerarsi ed invece io l'ho trascorso come una decorazione sull'albero, deliziosamente addobbata in attesa d'altro. Se non ti porta regali, di sicuro ti porta grandi riflessioni sulle quali intrattenerti. Io ne ho avuta una fra tutte. D'altro canto non c'era da stupirsi, i segni si erano manifestati da tempo.
Non so spiegarlo ma non provo dolore, non provo neppure dispiacere.

Ed ora che tutto questo è passato io so che mi aspetta una grande prova. Che devo prendere delle decisioni importanti, che il tempo è arrivato ed io sono pronta.
Il vento sta cambiando, ancora.






Thursday, December 02, 2010

Integrità


L'Integrità.
Un tutto non frammentato, una interezza non corrotta.

Riduttivo semplificare con il termine coerenza. Non è solo una questione di saper sostenere un'opinione ma piuttosto il sapersi prendere la responsabilità delle proprie azioni. Strettamente legata con la coscienza, con la consapevolezza di se.

Sai cosa significa essere integri?
Significa saper fare la cosa giusta anche quando non ci porta alcun vantaggio, quando la questione non ci appartiene.

E' tutta una questione di integrità, quella che non possiedi ovviamente.

Faccio sempre fatica a parlare di valori, di morale, si rischia sempre di essere fraintesi. Termini da troppo tempo abusati, assimilati a concetti ecumenici che credimi sono ben lontani dal mio modo di sentire. Eppure è di questo che si tratta: La condizione di integrità genera dei valori, un codice d'onore.
Essere persone d'onore, con questo ha che fare l'integrità.

Rispettare una parola data, una posizione presa, in nome della incorruttibilità.
L'integrità disprezza qualsiasi sentimentalismo inutile ma si batte sempre per cause che agli occhi di molti sembrano perse.
Le persone integre si rifiutano di passare con superficialità estrema sulle cose senza averne ponderate le conseguenze. Senza aver vagliato le ripercussioni, gli esiti, gli effetti e le logiche conseguenze.
Ed invece.
Passare su tutto come se non ci fosse storia regressa, come se non ci fosse un trascorso. Ho troppa buona memoria per non ricordare.

Un'ultima cosa:

Come ho già avuto modo di dirti " Io ho capito che ci sono solo poche cose nella vita che meritano di essere replicate. Nella maggior parte dei casi, il progetto numero due di un progetto numero uno resta secondo per qualità ed ambizione." Il progetto numero tre di un progetto numero due è una perseveranza diabolica, segno vistosamente reiterato del tuo fallimento.





Tuesday, November 23, 2010

Νικη

Tutto accade per una ragione. Lasciami aggiungere, per una buona, anzi un'ottima ragione.


It's a new dawn

It's a new day

It's a new life

For me


Mi distingue una certa gravità, un presenza, uno spessore. Tu lo sai. Per questo avere a che fare con me, significa arrivare, prima o poi, ad uno scontro duro che ci vedrà indissolubilmente uniti o irrimediabilmente distanti.


Era un pò che la osservavo. L' ho vista aggirarsi tra le mie cose. L' ho vista occultare le prove del suo passaggio con disattenzione, con la noncuranza di chi crede di non poter essere scoperta. E' stato interessante come un documentario del National Geographic.

A volte l'ho trovata ilare come uno spettacolo comico, altre decisamente patetica come uno squallido talk show dove i personaggio sono delle comparse mal pagate.


Eppure io l'ho lasciata fare. Per interesse sia ben chiaro.


Confesso che per un pò è stato anche divertente farle credere di tenere le redini del gioco.

Devo dire però che la parte che più ho gradito è stato quel maldestro tentativo, una volta scoperte le carte, di celare il suo scontento.

Per un momento è sembrato quasi che fosse riuscita ad andarsene mantenendo un impeccabile selfcontrol, la compostezza di chi sa consapevolmente di averci provato illecitamente senza successo e che tutto sommato poteva anche metterlo in conto.

Poi ha ceduto, è implosa. Per questo mi ha rinnegata.


Sembra che non ci si possa congedare dalla mia vita con una semplice stretta di mano. Ecco quello che sono, una stigmate sulla tua pelle, dolorosa e divina allo stesso tempo.


And this old world is a new world

And a bold world

For me


Ed io? Io ho continuato come nulla fosse, imperturbata ed imperturbabile.

Ho rincominciato a ballare, la mia danza, quella danza... anche qui.



And I'm feeling good









Sunday, October 17, 2010

Un soffio leggero sullo stoppino di una candela


E' stato un giorno bellissimo. Niente che fosse in eccesso. Niente che fosse dettato da una costrizione di circostanza come in realtà avrebbe potuto essere data l'occasione. Per questo l'ho amato.

Mentre parlava, con quel suo modo colorito di raccontare una vita che in questi ultimi tempi lo ha maltrattato, mi sono ricordata della luce calda che proveniva dalla sua finestra quando abitavamo vicini.
Era un pò un rituale: io guardavo la sua luce accendersi tardi alla sera dopo una giornata di lavoro, lui guardava la mia in quella notte infinita prima di un esame. Al mattino, quando il sole schiariva la notte come una solvente goccia di limone, riguardavo la sua finestra, la sua casa ancora immersa nel sonno. Tutto come la sera precedente se solo non fosse stato per quel foglio svolazzante alla finestra, caratteri grandi e distinti : "In bocca al lupo".

Un giro di sguardi, intorno a questa tavola.

C'è anche lei.
Non riesco a ricordare perché quel giorno decidemmo di non parlarci più. Amiche. L'importanza è tutta in una parola che da sola dice tutto. Poi quel taglio netto, quella cesura forte. Un altro capitolo e un altra vita prima di rincontrarsi ancora. Di scoprire che i nostri sogni sono ancora li nel giardino delle nostre vite. Il senso profondo di una mancanza perpetuata per anni e la gioia di averla ritrovata mettendo da parte uno stupido orgoglio. Delle nostre giornate ricordo tutto. Il ricordo è il tributo ad una amicizia importante. Se però dovessi ricordarne una in particolare, racconterei di quella sera, sedute all'altalena del suo giardino, con l'odore forte dell'erba tagliata. Una sera per raccontarsi mentre il cigolio delle catene scandisce ritmico il tempo. Un cielo di città pieno di stelle, una cosa rara. La viva sensazione di essere destinate a qualcosa di importante.

E' stato un lungo viaggio per la festa del mio compleanno. Chilometri per un convivio di una sera. Loro sono il mio orgoglio, la mia consapevolezza che un'amicizia si può costruire nonostante la lontananza, che sopravvive all'equivoco e ad un omesso. E' una amicizia che ha il sapore dei mirtilli e dei lamponi appena scottati in padella e versati ancora caldi su un gelato di crema, non per la dolcezza che l'immagine potrebbe evocare ma per un gesto vero che fece sentire il mio corpo un pò meno ferito.

Un giorno tra il passato ed il presente dove tutto è significativo, anche le assenze.

Ho brindato a me, alla mia vita e alle mie scelte con quella sottile, temporanea sicurezza che qualcosa è stato fatto bene.




Sunday, October 03, 2010

Making business


Gentile Mr C.,
prima di ogni cosa vorrei ringraziarla per la sua cortese offerta. La sua generosità mi lusinga. Si vede lontano un miglio che lei è una di quelle persone che ha fatto molto per contribuire alla propria fortuna. Si vede in altrettanto modo che lei riconosce un buon affare e che con generosità e determinazione le piace scommettere su cavalli vincenti.

Tuttavia gentile Mr C. mi trovo nella spiacevole condizione di dover rifiutare la sua proposta. Vede, nella vita non tutto è una questione di denaro e mi rendo conto che sia un concetto difficile da comprendere per un uomo che grazie al denaro acquista buona parte della propria felicità. Mr C. parliamoci chiaramente così come devono fare due persone d'affari come noi, non c'è niente di generoso nella sua offerta ma piuttosto il suo sottile fiuto per l'affare. Lo confesso al posto suo anche io troverei la cosa allettante, soprattutto se si vuole aiutare la persona che le è accanto. Lei lo ha capito subito che io posso tornarle utile più di quanto lei possa tornare utile a me.

Ora, la questione sta in questi termini, gradirei che lei comprendesse che c'è una ragione specifica che muove le mie scelte lavorative e che per quanto io sia di gran lunga più giovane di lei e decisamente con minor esperienza, vorrei che lei mi considerasse per quella che sono, vale a dire una persona di talento munita di una generosa audacia manageriale.

Ma torniamo a noi e alle ragioni del mio rifiuto. Mr C. a me non piace trovarmi in debito con le persone. Negli affari a maggior ragione, essere in debito di un grazie di troppo può risultare fatale. Io la ringrazio si per la sua offerta ma lei sa bene che rifiutandola io non glie lo devo questo grazie, sono io che glie lo concedo gratuitamente.

Mi creda, capisco la sua apprensione e vedo cosa la muove a dare quelli che lei crede dei "buoni consigli" però le sarei grata se non si immischiasse. Ogni volta che lei da uno dei suoi "buoni consigli" io sono costretta ad assistere ad un cambio di vela e ripristinare quella che mi farà vincere la regata mi costa tempo ed energie.

Mr C. non lo faccia mai più.

Se ha qualche dubbio in merito alle mie scelte sarebbe a questo punto più proficuo che io e lei ci si sieda allo stesso tavolo senza terzi intermediari che così remissivamente le cedono le redini, sempre che io sia interessata a questo cambio di guardia. Credo che a questo punto sia lecito ribadire un assunto fondamentale, chi comanda qui sono io. Stiamo parlando del mio lavoro, della mia immagine, della mia credibilità e delle responsabilità che a queste scelte sono legate.

In ultimo voglio che lei sappia che ho predisposto tutto affinché le cose possano funzionare anche senza la sua pupilla e questo significa fondamentalmente una cosa che da oggi in poi si fa come dico io o non si fa.

Prendere o lasciare.
Cordialmente la saluto.

Tuesday, September 28, 2010

Mind the gap


Io sono una bella donna. Non solo. Io sono una donna di una bellezza vistosa. Vero ma riduttivo. Io sono una bella donna, di quelle con una bellezza vistosa e con un problema: sono molto intelligente. Queste qualità così ben assortite in un solo corpo possono risultare fatali. I problemi che questa "condizione" genera, possono essere di diversa natura a seconda dell'interlocutore. Le implicazioni sono piuttosto ovvie, senza soffermarmi ve le lascerò immaginare, se ci arrivate bene, altrimenti pazienza. Ora, lasciatemi dire che io ho sempre fermamente creduto che la cortesia sia un dovere, essere cortesi è giusto, nella maggior parte dei casi anche proficuo. La logica sembra incorruttibile: se sei cortese verrai ripagato con cortesia. Ma su questo punto tornerò fra qualche riga.
Riprendiamo il discorso iniziale e lasciatemi indugiare ancora una volta sull'assunto iniziale cioè la mia eloquente bellezza. Non c'è niente di peggio di una donna con una bellezza prepotente, per giunta intelligente e pure sfacciatamente consapevole delle sue qualità. Confessatelo, se solo non foste curiosi di sapere dove voglio andare a parare con questo discorso sull'avvenenza trovereste insopportabile questo protrarsi di lodi. In realtà c'è una ragione su tanta insistenza: Rendervi maggiormente consapevoli di quanto possa essere insostenibile essere giudicati costantemente per le proprie qualità estetiche. Gocce che riempiono un vaso, fastidiosi ed insistenti riferimenti al mio nuovo taglio di capelli o alla semplice messa in piega, all'abito che si veste, al trucco che si è scelti di indossare, all'altezza dei tacchi delle scarpe, alla trasparenza della camicetta, alla magrezza del corpo. Ora, solo ora, possiamo tornare al discorso sulla cortesia e la gentilezza. Il punto è questo: se io dovessi pagarvi per una sola volta con la stessa moneta che mi riservate, con la stessa sentita attenzione, nella maggior parte dei casi, le cose starebbero così: I vostri capelli sono spesso disordinati,sciatti ed unti; i vostri abiti insignificanti, vi rendono dei qualunque e probabilmente sono lo specchio della vostra anonima personalità ; il vostro è un corpo molle, flaccido come la vita al quale lo costringete. Io sono cortese, sono squisitamente gentile. Io non vi faccio mai notare le vostre mancanze ma voi sempre le mie eccedenze. La questione mi tedia parecchio. L'argomento è caldo ed intendo ufficialmente affermare che da oggi in poi quando sentirò qualcosa che non mi piace sul mio conto, mi sentirò completamente libera di ripagarvi con una cruda verità sul vostro. Come direbbero gli inglesi, "mind the gap".